Blog / Corsi di laurea all'estero / Servono 20.842 medici e 25.479 infermieri: perché l’Europa è la strada più concreta per arrivarci

L’Italia ha un disperato bisogno di professionisti sanitari. E no, non è una nostra impressione: è un numero ufficiale.
Con l’accordo sancito in Conferenza Stato-Regioni sul fabbisogno formativo del personale sanitario per l’anno accademico 2026/2027, le Regioni e le Province autonome hanno quantificato di quanti professionisti avrà bisogno il Servizio sanitario nazionale. Il dato più eloquente riguarda le due figure cardine del sistema: 20.842 medici chirurghi e 25.479 infermieri.
Ma la programmazione va oltre. Il fabbisogno indicato comprende anche:
Sono cifre che raccontano una domanda strutturale, costruita attraverso un percorso di programmazione condiviso tra Regioni, Ministero della Salute e Federazioni nazionali degli Ordini professionali, e finalizzato a garantire nel tempo la disponibilità delle competenze richieste dal Servizio sanitario nazionale. Su questa base il Ministero dell’Università e della Ricerca programmerà gli accessi ai corsi di laurea del prossimo anno.
La domanda che interessa a studenti e famiglie, però, è un’altra: se il Paese ha bisogno di così tanti professionisti sanitari, perché entrare in questi corsi resta così difficile?
Il fabbisogno formativo indica quanti laureati servirebbero al sistema sanitario, non quanti posti saranno effettivamente disponibili né, tantomeno, quante persone riusciranno a entrare e a completare il percorso.
Tra il numero dichiarato e lo studente che si iscrive ci sono ancora diversi filtri.
Dall’anno accademico 2025/2026 il tradizionale test d’ingresso a Medicina, Odontoiatria e Veterinaria è stato sostituito dal cosiddetto “semestre filtro” . L’iscrizione iniziale è libera, ma la selezione non è scomparsa: si è solo spostata più avanti. Al termine del primo semestre, solo chi supera tutti gli esami previsti e si colloca in posizione utile in una graduatoria nazionale di merito può proseguire.
Per lo studente questo significa tre cose:
E per le altre professioni sanitarie il quadro non è più semplice: i posti restano programmati e, in alcune aree, la programmazione per il 2026/2027 segna addirittura una contrazione rispetto all’anno precedente, nonostante la carenza di personale sia una criticità riconosciuta.
Il risultato è una frattura difficile da giustificare: il sistema dichiara di aver bisogno di decine di migliaia di professionisti, ma continua a selezionarne l’ingresso in modo rigido e incerto. In mezzo ci sono migliaia di studenti motivati e preparati che rischiano di perdere uno o più anni.
Esiste una strada alternativa, e non è un ripiego: studiare in un’università europea.
L’Unione Europea non è un insieme di sistemi universitari scollegati. Grazie al Processo di Bologna i percorsi sono strutturati in modo confrontabile, con crediti (ECTS) riconoscibili tra Paesi. E per le professioni sanitarie esiste una normativa specifica sul riconoscimento delle qualifiche professionali — la Direttiva 2005/36/CE — che regola la possibilità di esercitare in uno Stato membro un titolo conseguito in un altro.
In concreto, per uno studente italiano questo significa poter:
Il punto decisivo, però, è uno: il riconoscimento non è automatico né scontato per qualunque ateneo. Dipende dalla scelta di un’università ufficiale, riconosciuta e autorizzata al rilascio di quel titolo, e da un percorso che rispetti gli standard europei in termini di durata, ore di formazione e tirocini. È esattamente qui che una scelta sbagliata all’inizio si paga alla fine.
I numeri del fabbisogno 2026/2027 indicano quali competenze il sistema sanitario italiano cercherà nei prossimi anni. Ed è proprio su queste aree che si concentra la nostra offerta formativa all’estero:
Per ciascuno di questi percorsi accompagniamo lo studente verso atenei europei riconosciuti, in Paesi che gli studenti italiani scelgono ormai stabilmente: Spagna, Romania, Bulgaria e Cipro, con corsi disponibili anche in inglese.
È la domanda che si pongono tutte le famiglie, e merita una risposta onesta: dipende dal Paese, dall’ateneo (pubblico o privato) e dalla città.
Le voci da mettere in conto sono quattro:
Tutte le cifre vanno verificate caso per caso: cambiano ogni anno, per Paese e per singolo ateneo.
C’è però un calcolo che quasi nessuno fa, e che invece è il più importante: il costo di un anno perso. Un anno passato ad attendere una nuova graduatoria non è solo un anno di studio in meno — è un anno di ingresso ritardato nel mercato del lavoro, in un settore che, come dicono i numeri, sta cercando professionisti. Valutare il costo di un percorso europeo solo come spesa, senza confrontarlo con il costo del tempo, porta quasi sempre a una decisione sbagliata.
Molti studenti rinunciano non perché il percorso sia proibitivo, ma perché non sanno da dove partire. Ecco la sequenza reale:
Il momento giusto per iniziare non è a settembre. È adesso: le scadenze delle università europee arrivano prima di quelle italiane, e i documenti richiedono tempo.
I numeri del fabbisogno 2026/2027 dicono che il sistema sanitario italiano cercherà professionisti. La domanda che devi porti non è se ci sarà spazio, ma come arrivarci nel modo più solido e senza perdere anni.
Il nostro lavoro è esattamente questo: affiancare studenti e famiglie nella scelta del percorso universitario europeo più adatto al profilo dello studente, e accompagnarli lungo tutto il processo. In particolare ci occupiamo di:
I dati del fabbisogno formativo 2026/2027 fotografano un sistema sanitario che cerca professionisti: oltre 20.000 medici, più di 25.000 infermieri, migliaia tra odontoiatri, veterinari, farmacisti e altre figure. Allo stesso tempo, l’accesso ai corsi in Italia resta selettivo e incerto.
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